L’ISOLA CHE NON C’E’
Titolo: “SANITA’, Quando le cure servono A GONFIARE LA parcellA DEI DENTISTI- Rischio truffa con laser, protesi e test”
Sottotitolo 1: “Un intervento su quattro è inappropriato con un costo per i cittadini pari a circa un miliardo e 700 milioni”
Sottotitolo 2: “Anche se si tratta di prestazioni tanto diffuse quanto inefficaci, i nuovi trattamenti proposti dai privati non recano danno ai pazienti”
Sottotitolo 3: “Una tendenza effetto della crisi ... il fatturato dei professionisti cala il 10 – 20 % l’anno”
Di cosa si tratta? Di un servizio di ben due pagine apparso su La Repubblica lo scorso 6 Gennaio in cui vengono messi insieme dati presi qua e là con dei “si dice”, per dimostrare che l’attuale dentista che non guadagna e altrettanto pericoloso, se non di più, rispetto al vecchio che ti spennava come un pollo, perché si inventa prestazioni che non ci sono. Attenzione, il riferimento non è a casi isolati, ma si parla di categoria.
E’ un articolo a cui tanti hanno già risposto con giusta indignazione per l’immeritato attacco alla nostra professione: adesso, passato qualche giorno, viene spontaneo chiedersi quale sia il suo significato anche alla luce delle prossime liberalizzazioni, i cui temi principali, e le ragioni che li giustificano, sembrano in questo caso superati.
Infatti non appaiono più alcuni dei luoghi comuni utilizzati fino all’altro ieri dai giornali per demolire la nostra categoria: uno, i dentisti non sono dei multimiliardari (anche se vorrebbero continuare ad esserlo); due, non sono più i capofila degli evasori (anche se rimangono categoria a rischio); tre, i pazienti che ancora vanno dal dentisti godono di buona salute orale (non si sa se per merito proprio o del dentista) tanto che bisogna inventarsi delle cure; quattro, il costo della singola prestazione odontoiatrica, visto che non è oggetto di critica, non è più un punto centrale. Ricchezza, evasione, alti costi, la cattiva salute orale di chi non vuole (o non può ) farsi curare, sono tutte ragioni che, di volta in volta, sono state utilizzate per giustificare la necessità di maggiore concorrenza commerciale, per aprire alla pubblicità considerata fonte d’informazione, per introdurre le società di capitali.
Che poi, se ci pensiamo bene, sono tutte situazioni che hanno contribuito al diffondersi di quel consumismo di massa che mette al centro le merci piuttosto che i bisogni delle persone (anche se sembra il contrario) e che dovrebbe trovare la limitazione dei suoi eccessi nella maturità del cittadino-consumatore, teoricamente in grado di capire cosa gli serve e cosa no, al netto anche delle persuasioni più o meno occulte. Situazione molto a rischio, come dimostra quello che succede in campo farmaceutico con l’abnorme vendita di alcuni medicinali (sulla spinta di un certo tipo di ricerca sponsorizzata che ha medicalizzato la nostra società), o come dimostra il fatto che molte persone comprino prestazioni via internet (o addirittura attrezzature medicali) senza che nessuno abbia fatto diagnosi.
Abbiamo più volte sostenuto che non si può prescindere dall’attenzione alla persona ed ai suoi reali bisogni, dalla creazione del rapporto di fiducia, dal rispetto reciproco e così via, che in pratica significa osservare quel Codice Deontologico che oggi sembra essere tra i maggiori ostacoli alla crescita economica.
Però, una volta abolito, contestualmente alla vecchia coscienza medica (come sembra si dia per scontato nell’inchiesta), cosa rimarrà? Una sola cosa, quella che sia ha l’impressione abbia ispirato l’articolo: la paura. La paura di avere a che fare con dei venditori e non più con dei medici da cui farsi consigliare in fiducia. In un certo senso, allora, questo articolo diventa una finestra aperta sul futuro, di cosa dovremo aspettarci dopo aver seguito le indicazioni dei profeti dello spread e del pil, che ci vorrebbero o bracci operativi di società di capitali o imprenditori/commercianti obbligati dalla pesante concorrenza a vendere prestazioni sottocosto, ancora a meno del ticket del SSN (una politica a cui può sopravvivere, alla distanza, solo la grande distribuzione, perché ha le risorse per aspettare la chiusura dei concorrenti per poi rifarsi), che ci vorrebbero clienti di agenzie di pubblicità e di marketing che ci suggeriscano come trovare nuove nicchie di mercato, come creare e sfruttare nuove bisogni.
Tradotto nel linguaggio dell’articolo significa che, nel dentista che non guadagna, l’animo truffaldino rischia di prendere il sopravvento. Dovendo compensare la mancanza di fatturato (escludendo che decida di espiare per i passati crimini, chessò, lavorando gratis e scusandosi nel frattempo per il tempo fatto perdere al paziente e rimborsando il biglietto del tram o semplicemente andando in esilio dopo aver rivelato che il mal di denti non esiste, ma che era una sua diabolica trovata per fare soldi), si inventa prestazioni inesistenti: più 50% di terapie ortodontiche, ablazioni del tartaro a gogò che se non vengono fatte bene non servono a niente (!?!), interventi estetici definiti inutili anche se non si capisce come si possa mistificare qualcosa di evidente (a meno che lo scopo non fosse una critica ad una società basata sull’apparire invece che sull’essere), correlazioni-fantasma tra malocclusione e problemi muscolari (i bite funzionano sul principio del caso?), e così via. Per finire un paio di note “consolatorie” che ci danno l’idea di come l’obiettivo (impossibile) siano le cure odontoiatriche pagate dallo Stato: una piccola parte di dentisti, poco meno del 10%, quelli che lavorano nel SSN, sono onesti (non si capisce se continuano ad esserlo anche in caso di dopolavoro privato); è vero che i dentisti privati truffano, ma almeno non fanno danni.
Parlavo prima di finestra aperta sul futuro, che lascia tanta amarezza perché sappiamo non appartenere alla realtà della stragrande maggioranza dei dentisti, ma che siamo coscienti potrebbe succedere: siamo i primi a non volerlo e continuiamo a dirlo a gran voce a chi di competenza. Non ci appartiene lo smettere di essere medici (anche se, per assurdo, dovessimo farci attirare dalle sirene del libero mercato, è evidente che non saremo mai imprenditori come gli altri), come non ci appartiene quella mancanza di responsabilità che, sola, potrebbe esserne il presupposto: perché poi, alla fine, è di questo che si discute, di responsabilità. Una responsabilità che le leggi devono favorire anticipando le possibili distorsioni, se poi la pretende da ogni singolo cittadino; che deve ispirare ogni atto, liberalizzazioni comprese, se l’obiettivo è la libertà, quella vera che finisce dove comincia quella altrui, e non il liberalismo rivolto al solo interesse economico. Una responsabilità che tanti di noi hanno e che, ormai è evidente, è il vero argine a quella diffidenza diffusa che sta mettendo in ginocchio il nostro mondo.
Dott Valerio Brucoli Presidente CAO Milano